Tormented Fathers è un titolo horror del 2018 sviluppato da Darril Arts, scritto e diretto dall’autore siciliano Chris Darril e sviluppato da Stormind Games.
Solo poche settimane fa ho avuto il piacere di cominciare questa saga. Partendo con poche aspettative, compensate da una grande voglia di giocare, stimolata ulteriormente dalle parole “survival horror”, sono rimasto piacevolmente sorpreso. Con le sue premesse semplici, questo gioco sa come tenerci incollati allo schermo.
Remothered – Tormented Fathers, una protagonista misteriosa tanto quanto il cattivo

La trama viene raccontata da una donna che si fa chiamare madame Sveska. Noi vestiamo i panni della dottoressa Rosemary Reed (nome che scopriremo poco dopo essere falso), la quale sta indagando sulla scomparsa di una bambina, Celeste Felton, figlia adottiva del notaio in pensione Richard Felton. La protagonista sembra pronta a tutto a scoprire la verità, anche ricorrendo a vie non legali. Dopo essere cacciata dalla casa dell’anziano, vi si intrufolerà di nuovo dentro, ma se ne pentirà presto.
Attraverso le ante di un armadio, vediamo Felton parlare con il cadavere, in stato di decomposizione avanzata, della moglie. Quello che ci era apparso come un innocuo vecchietto, si metterà poi sulle tracce dell’intrusa con intenti omicidi. Da quel momento in poi, ci rendiamo conto di essere in trappola come topi, chiusi in una grande casa e costretti a muoverci piano e in silenzio.
La storia è così ben scritta e articolata che risulterebbe vincente anche per un film o una serie tv. Ai più appassionati di horror non può essere sfuggito il chiaro riferimento a Il silenzio degli innocenti, con la protagonista praticamente identica a Jodie Foster e l’onnipresente figura delle falene, simbolo dai molteplici significati, quali la morte, ma anche la trasformazione e il cambio di identità. Significato che acquisirà ulteriore importanza narrativa al momento della terrificante rivelazione sulla vera identità di Richard Felton.
La prima cosa degna di nota è che, anche quando scopre di essere in grave pericolo e di avere a che fare con un qualcosa di più grande di lei, la scienza riesce a malapena a comprendere, per la nostra dottoressa, trovare indizi sulla scomparsa di Celeste è ancora più importante che fuggire per la propria vita. Perché è così sicura che le risposte si trovino in casa del padre della ragazza? E perché (come si capisce chiaramente dal suo comportamento) prende questo caso così tanto sul personale?
Domande che ci portano a capire che non sappiamo quasi niente della protagonista, tanto quanto dei nemici su cui indaghiamo. Chi siamo? Che genere di persona stiamo guidando alla vittoria o alla disfatta? Quante più cose scopriremo sulla macabra vicenda dei Felton, tante più ne verranno fuori su “Rosemary”.
Semplice ma spaventosamente efficace

Il Gameplay non presenta particolari innovazioni o differenze rispetto ai suoi predecessori, né sembra averne bisogno, e risulta molto coinvolgente. Un acquisto che avrei consigliato sia nei primi periodi dell’uscita sia in questi giorni. Un genere semplice ma efficace che non invecchia, in questo caso ben gestito da una casa produttrice italiana.
La grafica elementare non intacca in nessun modo il potere del gioco di immergerci in un’atmosfera oscura e ostile e di rievocare le sensazioni che io, e forse molti della mia generazione, abbiamo provato con i nostri primi giochi dell’orrore. Non era necessario che il “mostro” di turno sembrasse realistico in alta definizione per farcela fare sotto dalla paura quando sapevamo che stava venendo per noi.
Invece di un banale tutorial, il gioco ci anticipa fin da subito con cosa avremo a che fare, permettendo di muoverci liberamente all’interno di villa Felton, e di sperimentare tutte le dinamiche, dagli oggetti da lancio a tutti i posti dove dovremo nasconderci. Finito il breve momento di calma, ci ritroviamo nel terrore puro. Da qui, si evince la passione di Darril per Clock Tower, al quale si è dichiaratamente ispirato. Nessuna mappa, solo la nostra memoria a guidarci in un labirinto a forma di casa, dalle cupe sfumature vittoriane, sempre più grande ma non per questo meno ansiogeno.
I nemici della storia sono i classici stalker che seguono un pattern di comportamento relativamente semplice: si muovono, parlano e, reagendo alla luce e i rumori, si mettono sulle nostre tracce, per poi cercare di ucciderci brutalmente. La nostra “Rosemary” non è una combattente o una soldatessa addestrata, ma poco più di una persona normale, neanche adeguatamente armata, che si ritrova inaspettatamente rinchiusa con avversari spietati e (come scopriremo consultando i documenti che abbiamo a disposizione) dotati di forza e resistenza sovrumane. Non è pertanto irrealistico che non possiamo sconfiggere il nemico, ma solo eluderlo, distrarlo con oggetti rumorosi e, nei casi più estremi, reagire all’aggressione con armi improvvisate, che avranno come unico effetto quello di rallentarlo.
L’entusiasmo per una storia coinvolgente si sposa con la paura di un horror immersivo. Come se non bastasse rimanere con il fiato sospeso per tutto il tempo e avere paura anche solo di correre o aprire una porta, la trama stessa ci getterà in un perenne stato di ansia, rinforzato da numerose scoperte, una più agghiacciante dell’altra, e colpi di scena davvero ben fatti.
Forse l’unico difetto degno di nota è la scarsa durata del gioco, che si compensa a stento con la lunghezza del labirinto da percorrere e la difficoltà nel ricordare la posizione delle stanze e dei piani. Insomma, buona parte dell’esperienza sta nel ritrovare “quella particolare stanza” e nel far perdere le proprie tracce ai nemici per ritrovare un attimo di tregua. Un particolare che può risultare fastidioso, ma che non compromette le emozioni che andremo a vivere.
