Nel contesto di un crescente allarme per la sicurezza digitale, emerge un gesto spesso sottovalutato ma di cruciale importanza.
Gli specialisti della sicurezza informatica mettono in guardia contro i pericoli derivanti dal lasciare attivo il modulo Wi-Fi anche in assenza di reti sicure. Il telefono, infatti, continua a ricercare costantemente reti disponibili, consumando in modo significativo la batteria e soprattutto esponendosi a rischi di connessioni automatiche a hotspot pubblici o sconosciuti. Queste reti aperte rappresentano un terreno fertile per hacker e malintenzionati che sfruttano tali connessioni per installare malware e spyware nascosti, con la conseguente esposizione dei dati personali a furti di informazioni sensibili.
Inoltre, mantenere il Wi-Fi attivo favorisce il tracciamento da parte di app e servizi di localizzazione, poiché il dispositivo scambia continuamente informazioni con i server, rendendo più facile il monitoraggio degli spostamenti dell’utente e l’analisi dei suoi comportamenti digitali.
Impatti sul consumo della batteria e sulla sicurezza
Ogni accensione del telefono attiva automaticamente il modulo Wi-Fi, che rimane operativo fino a quando non viene disattivato manualmente. Durante la fase di ricerca, l’antenna Wi-Fi invia e riceve segnali a brevi intervalli, generando un carico energetico rilevante sui circuiti interni. In aree con copertura multipla, questa attività può determinare un calo significativo dell’autonomia del dispositivo.
Per chi desidera ottimizzare ulteriormente la durata della batteria, oltre a disattivare il Wi-Fi, si consiglia di ridurre la luminosità del display, attivare le modalità di risparmio energetico e disabilitare temporaneamente altre connessioni come il GPS e il Bluetooth. L’uso di reti Wi-Fi dovrebbe essere limitato esclusivamente a quelle protette e sicure per minimizzare i rischi di attacchi informatici.

In un’epoca in cui gli attacchi informatici sono aumentati del 31% negli ultimi mesi, la figura dell’esperto di cybersecurity è diventata imprescindibile per la difesa delle infrastrutture digitali e la tutela dei dati sensibili. Ancor più critici sono i settori healthcare, dove nel solo 2018 si è registrato un incremento del 17% degli attacchi, e i servizi online/cloud, che hanno subito un aumento del 91,5% nei furti di dati, generando una diffidenza crescente nei confronti del commercio elettronico.
Questi professionisti, spesso definiti anche Chief Information Security Officer (CISO), progettano e implementano programmi di sicurezza per monitorare costantemente le reti e prevenire intrusioni. La loro attività include anche l’organizzazione di formazione per i dipendenti, al fine di sensibilizzare e ridurre i rischi derivanti da errori umani.
La formazione specifica per diventare esperto in cybersecurity si articola in percorsi universitari come quelli offerti dalle università di Milano, Bari, Trento, Roma (La Sapienza), Marche e Napoli (Parthenope), oltre ai corsi e certificazioni proposte da aziende leader quali Cisco, Apple, Amazon e Microsoft. I salari possono variare da 25-30mila euro annui per i neofiti fino a oltre 100-150mila euro per i professionisti altamente specializzati, con livelli ancora più elevati all’estero.
Hacker etici e malintenzionati: due facce dell’hacking
L’hacking rappresenta un fenomeno complesso con sfumature che vanno dall’attività criminale a quella etica. Gli hacker malintenzionati, noti come “black hat”, sfruttano vulnerabilità di sistemi per sottrarre dati, estorcere denaro attraverso ransomware o effettuare spionaggio industriale. Si prevede che il costo globale dei crimini informatici arriverà a toccare quasi 24 trilioni di dollari entro il 2027.
Dall’altra parte ci sono gli hacker etici o “white hat”, professionisti della sicurezza che autorizzati dalle aziende simulano attacchi per identificare e correggere falle, contribuendo a rafforzare le difese informatiche. Questi esperti seguono rigorosi codici di condotta e ottengono certificazioni riconosciute a livello internazionale, come il Certified Ethical Hacker (CEH).
Un’ulteriore categoria, i cosiddetti “gray hat”, si colloca in una zona grigia tra etico e malintenzionato: penetrano nei sistemi senza autorizzazione ma con l’intento di segnalare le vulnerabilità, talvolta chiedendo un compenso per le correzioni.
