Scrivere di Outer Wilds non è semplice: non lo è perché si tratta probabilmente del mio videogioco preferito, in assoluto, e non lo è perché qualsiasi dettaglio di troppo potrebbe rappresentare uno spoiler in grado di rovinare profondamente l’esperienza di gioco di chiunque abbia intenzione di intraprendere questo viaggio, un viaggio non solo interplanetario, ma anche (e soprattutto) emotivo e filosofico, il cui vero scopo è indagare il fragile animo umano.
Mobius Digital ha creato un’opera che sicuramente non ha conquistato e non conquisterà il cuore di ogni singolo videogiocatore, ma, nei casi in cui ciò accade, l’esito è sempre lo stesso: un terremoto interiore che cambia radicalmente il modo in cui interpretiamo e approcciamo ciò che ci circonda, un cambiamento che ci costringe al confronto con i classici quesiti della fantascienza (“chi siamo”, “da dove veniamo”, “dove siamo diretti”) e che concilia profonde riflessioni sul senso della vita.
Chiunque abbia giocato e apprezzato Outer Wilds racconta la stessa storia: racconta di emozioni nuove o riscoperte, della fortuna (derivante, nel mio caso, dall’averlo scoperto grazie al Game Pass, nel dicembre del 2021) avuta nell’aver vissuto questa esperienza in un periodo particolarmente delicato della propria esistenza e, soprattutto, di una “cicatrice” benigna che ci si ritrova nell’anima dopo i titoli di coda.
Pubblicato da Annapurna Interactive nel 2019 e finalmente “atterrato” anche su Switch, Outer Wilds è un autentico capolavoro, e lo è perché riesce a raggiungere quelle abissali e universali zone d’ombra (e luce) presenti in ognuno di noi, facendo ciò che solo i veri capolavori riescono a fare: sfruttando al massimo il potenziale del media di appartenenza.
Ma cos’è Outer Wilds?

Outer Wilds è un videogioco fantascientifico che sfrutta meccaniche di esplorazione e narrazione interconnesse in modo da facilitare il processo di immersione e di empatia del videogiocatore, stuzzicandone la curiosità e la logica attraverso puzzle ambientali “scientifici”, il tutto immerso in una lore che, se approfondita con pazienza e attenzione, si rivela essere una delle epopee più emozionanti che il media videoludico ricordi.
In una storia “silenziosa” da scoprire passo dopo passo grazie alla decifrazione dei testi lasciati dai Nomai, una civiltà aliena che ha vissuto in questo sistema solare millenni prima della nostra partenza, avremo il compito di esplorare i pianeti limitrofi. Il protagonista, il nuovo esploratore del progetto Outer Wilds, decollerà alla ricerca della soluzione di alcuni misteri, ma non prima di aver recuperato i codici di lancio della sua nuova navicella, e di aver assistito a una particolare visione che cambierà per sempre il suo destino.
Chiariamolo subito: Outer Wilds non è un titolo adatto a tutti; sì, è possibile che vi innamoriate immediatamente della direzione artistica, dell’atmosfera e delle meravigliose musiche di Andrew Prahlow, fondamentali non solo per l’accompagnamento sonoro, ma anche per la trama e per il gameplay, ma il ritmo della narrazione è lento (a parte per le primissime ore di gioco, incredibilmente incalzanti e affascinanti) e rischia di frustrare chiunque sia alla ricerca di un’esperienza semplice e veloce. In compenso, vi assicuro che, se perseverete, le soddisfazioni, le sorprese e le emozioni arriveranno, enormi e indimenticabili.
L’open world “artigianale” di Outer Wilds rappresenta tutto ciò a cui parte del media dovrebbe aspirare, con la speranza che determinate scelte narrative e strutturali (che stupiscono, e forse ancor di più che nell’avventura principale, in Echoes of the Eye, uno dei migliori DLC della storia videoludica) rappresentino la via da seguire in futuro.
Science for dummies

Outer Wilds richiede quindi curiosità, logica e pazienza, e nonostante le componenti scientifiche siano comunque “solo” verosimili e ludiche, esse risultano comprensibili e incredibilmente appassionanti, con molti degli argomenti studiati durante gli anni scolastici che si rivelano essere molto più chiari e sensati rispetto a quanto i professori tentassero di spiegarci.
Tra fisica, astrofisica e soprattutto meccanica quantistica, Outer Wilds trasforma concetti complessi in metafore e strumenti narrativi: con i Nomai, il principio di indeterminazione di Heisenberg e l’esperimento del gatto di Schrödinger diventano le chiavi necessarie per decifrare due tra i più grandi misteri dell’universo di gioco, un universo in cui, per divertirsi e far sì che tutto torni, sono necessari dei piccoli compromessi e delle minuscole sospensioni dell’incredulità (anche se, come la scienza stessa afferma, finchè una teoria non viene smentita, deve essere considerata plausibile), e così come accade in Interstellar, anche in Outer Wilds, una volta varcato l’orizzonte degli eventi di un buco nero, tutto diventa possibile.
“Tu chiamale se vuoi emozioni”

C’è chi con Outer Wilds ha superato un lutto o una fase deprimente, chi ha rivalutato la propria minuscola esistenza in un universo infinito e chi ha scoperto o riscoperto la fede; ad ogni modo, è evidente che Mobius Digital abbia regalato a migliaia di videogiocatori un’opera che trae molta della propria potenza dalla filosofia e dalla spritualità, oltre che dalla scienza e da tutto ciò che è collegato al media videoludico.
Personalmente, nonostante fossi già appassionato amatorialmente di astrofisica, non fatico a considerare Outer Wilds la scintilla che ha acceso ancor di più la mia curiosità in questo contesto, spingendomi a ricercare una pace interiore che ho trovato in varie teorie scientifiche (prima tra tutte la cosiddetta “selezione naturale cosmologica“, tanto spaventosa quanto rassicurante).
Elenco qui di seguito gli unici difetti menzionabili in un titolo che ritengo essere, come già scritto, uno dei migliori nella storia dei videogiochi, giusto per far capire la loro effimerità: il comparto tecnico, per quanto originale e funzionale, ci ricorda i limiti di una produzione così piccola, mentre per quel che riguarda gli enigmi, non nego di aver provato più volte frustrazione a causa della difficoltà nel trovare la soluzione, frustrazione che spariva però immediatamente una volta risolto il puzzle in questione, in favore di un’immensa e profonda soddisfazione. In realtà, il difetto più grande di Outer Wilds è quello di poter essere giocato “blind” una sola volta, e proprio per questo è di fondamentale importanza evitare qualsiasi tipo di spoiler; pagherei oro per potermi cancellare la memoria e vivere nuovamente quei primi “game over”.
Se questa dichiarazione d’amore vi ha incuriosito anche solo un minimo, fatevi un favore: posate il cellulare, accendete la vostra console o il vostro computer e recuperate Outer Wilds. Recuperate questa poesia. Non ve ne pentirete.
