Quello degli open world è un fattaccio su cui molte software house cercano riparo, non sempre uscendone vincitrici. Avatar: Frontiers of Pandora dei ragazzi di Massive per conto di Ubisoft cerca invece la soluzione ibrida, rileggendo alcuni stilemi di genere per confezionare un prodotto che preso per diversi pigli potremo definire diverso.
Vi ricordate quando i videogiochi su licenza erano produzioni fresche di uscita in parallelo ad un’opera genitrice? Spesso capitava nel contesto cinematografico dove all’uscita al cinema di un Batman Begins, ti ritrovavi tra le mani anche la possibilità di comprare un videogioco dedicato, titolato allo stesso modo, realizzato con mezzi di fortuna e non sempre brillante.
Ecco che anche qui questa formula viene in parte rivista con la soluzione dell’universo crossmediale. Insomma, inutile girare troppo attorno ai fatti, prendiamo il nostro Ikram e voliamo alla scoperta di Pandora nella nostra recensione di Avatar: Frontiers of Pandora.
Avatar: Frontiers of Pandora, oltre l’orizzonte
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Questo titolo è forse la prima opera canonica e crossmediale del franchise ideato e portato al cinema da James Cameron. Questo vuol dire che gli eventi di questo gioco sono estremamente canonici con quello che abbiamo visto sul grande schermo, senza mai andare a influenzare direttamente gli eventi di Jake e famiglia.
Lui, le sue gesta come battaglie sono ricordate e citate dai diversi personaggi che incontreremo, ma il tessuto narrativo che andremo a cucire ci vedono pieni protagonisti, nei panni di un Na’vi strappato alla sua tribù in tenerissima età per crescere nelle stazioni degli umani. Per una serie di vicissitudini che non staremo qui a sottolineare, dopo alcuni attacchi di Na’vi ostili alle installazioni umane, veniamo messi in criosonno per poi risvegliarci circa quindici anni dopo.
Pandora è sempre uguale, ma la battaglia degli abitanti di Pandora contro gli umani non sembra aver incontrato giorni di pace, anzi. Spetta a noi liberare le porzioni di mappa da noi accessibili e ridurre la minaccia – di qualunque natura – nel nostro territorio e restituire la libertà ai nostri simili.
Il bastone e la carota
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Massive è uno studio estremamente intelligente e non sono certo degli sprovveduti. A loro dobbiamo i due The Division e al netto della struttura da gioco live service, si è sempre intravisto un certo gusto per i videogiochi e la loro costruzione, anche nel giustificare tacitamente una meccanica di gioco.
Ponendosi come un FPS, si da subito potremo maneggiare un arco e un fucile d’assalto. Questa forma ibrida di combattimento, ragionandoci a mente fredda, è perfettamente funzionale con il background proposto: un Na’vi, dunque connesso alla sua natura di caccia e relativo uso di armi quali accette o archi, però nei casi più inclini, possiamo sempre sfoderare un bel fucile d’assalto, qualche pompa o lanciarazzi o perché no, qualche granata.
Questo avviene perché il nostro personaggio incarna perfettamente l’etichetta di un figlio di due mondi, dove attinge da essi per forgiare un guerriero formidabile.
La strada di casa
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Il cavillo riguardo l’open world è vasto, pieno di pro e contro, ma necessario per inquadrare la natura di quest’opera.
Pandora è un bel vedere su schermo. Dalla fonte cinematografica ancora dobbiamo conoscere molte cose, delle diverse zone del pianeta, la fauna, gli animali, i credi, insomma tutto. Per quello che concerne ciò che conosciamo, passeggiare per Pandora di giorno, come di notte, è una sensazione favorevole alla piena immersione.
A questo aggiungeteci anche la totale assenza di indicatori su dove andare o cosa fare, tutto messo a favore di un semplice istinto di sopravvivenza richiamabile dal tasto apposito con cui possiamo vedere dov’è il nostro obiettivo, ma noi vedremo solo che dobbiamo andare lì, in quella direzione, un segno sommario, ma con una mappa costruita sia in orizzontale che in verticale, spesso non sarà facile trovare la strada giusta, chiamandoci anche ad improvvisare sfruttando la potenza dei grandi salti dei Na’vi, iniziando scalate di pareti anche dove non si potrebbe.
Questa sensazione primitiva e primordiale, di muoverci in un ambiente da cui siamo nati, ma che non conosciamo perfettamente, tra l’amichevole e l’ostile, è parte della scoperta iniziale del gioco, che diventa nel giro di una manciata di ore, un aspetto che volterà faccia in tempi brevi.
Dove prima ci si perdeva del tempo per osservare i vasti dettagli della mappa di gioco, adesso sentiamo la “pensantezza” di dover attraversare ogni volta vasti km di terreno a piedi per raggiungere quel posto. I viaggi rapidi aiutano in parte l’esperienza, ma è qui che la sensazione di open world difettoso prende piede.
Dovremo attendere ancora un po’ prima di possedere il nostro Ikram e cominciare a volare per Pandora e lì la musica cambia drasticamente, con la stessa giocabilità di Avatar: Frontiers of Pandora che si apre a scenari e possibilità molteplici. Meglio tardi che mai, ma quanto coraggio per aprire lentamente questa mappa.
Guerrieri Na’vi
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Il resto della grammatica di gioco di Frontiers of Pandora si costruisce su meccaniche già viste quali la distruzioni di basi nemiche, l’annientamento di strutture che sporcano il terreno e l’aria circostante e le solite missioni secondarie che otteniamo da questo o l’altro personaggio con cui interagiremo.
Il gioco presenta anche un abbozzato sistema di progressione del personaggio con rami di abilità di diversa natura a cui si aggiungono le personalizzazioni del personaggio riguardo l’equipaggiamento. Riproponendo un sistema di bilanciamento sicuramente più semplice e accessibile se messo a confronto con The Division, gli approcci al gioco risultano essere notevoli e molteplici, versatili per l’occasione, il tutto sempre attestandosi come quel qualcosa in più che di solito manca a produzioni del genere.
Esteticamente il gioco si comporta bene senza mai urlare al miracolo e la trama fila liscia in molte occasioni, diventando anche estremamente coinvolgente. Insomma, pur senza reiventare la ruoto, la sorpresa maggiore di Avatar: Frontiers of Pandora è che erano anni che non si vedeva un videogioco su licenza di questo calibro, dove tutti hanno fallito, ci si poteva accontentare della sufficienza, eppure Massive ci ha messo quella zampata in più per renderlo diverso, non unico, ma meritevole di un gioco.
La recensione in breve
Avatar: Frontiers of Pandora è un titolo particolare, a tratti vetusto nella struttura dell'open world, mentre in altri momenti vive di scelte artistiche e meccaniche davvero coinvolgenti, qualcosa che rende la fruizione del gioco un pelo sopra la media. Serve del tempo per ingranare, ma quando lo fa, il gioco ha davvero qualcosa da dire, con una buona trama e molteplici compiti da svolgere nelle circa venti ore di gioco che servono per chiuderlo.
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Voto GamesEvolution