Sembra una vera e propria maledizione quella di Alone in the Dark, franchise che è riuscito a indicare la strada per quello che sarebbe poi diventato il genere del survival horror nel tempo, per poi perdere definitivamente la bussola e non riuscire più a ritagliarsi il proprio spazio nel mercato.
Abbiamo affrontato qui la storia del franchise di Alone in the Dark nel tempo, dai successi, fino ai tre diversi rilanci che sono stati sempre seguiti da fortissimi dubbi, critiche e flop di vendite, ma ora ci pensa THQ Nordic a rispolverare – nuovamente – il franchise e vedere se questa saga ha ancora qualcosa da dire. Scopriamo l’esito di questo remake del primo capitolo nella nostra recensione di Alone in the Dark.
Per chiunque sia interessato, vi invitiamo anche a recuperare la nostra guida al gioco.
Alone in the Dark, un remake libero

Questo rilancio si basa sul primo capitolo di Alone in the Dark, sfruttando un’operazione di remake estremamente simile a quella di Capcom nel rilanciare i suoi Resident Evil. Dunque un ammodernamento grafico imponente, telecamera alle spalle dei protagonisti e un’immersione horror potente.
In tal senso questo remake non segue fedelmente gli avvenimenti del capitolo originale, prendendosi le giuste libertà, rimodellando parti della trama per renderla fruibile al meglio delle possibilità ad un pubblico attento ed esigente che vive il mondo videoludico oggi.
A seconda della nostra scelta, possiamo prendere i panni di Edward Carnby o Emily Hartwood. Carnby è un investigatore privato che viene assunto da Emily per indagare sulla presunta scomparsa dello zio da Villa Derceto, struttura adibita al recupero di alcuni pazienti con disturbi psichici. Nell’aggirarsi nella magione, faremo la conoscenza degli altri strambi ospiti della villa, assieme a misteriosi oggetti che ci apriranno la strada a dimensione oniriche e oscure. La ricerca di Jeremy Hartwood non sarà un gioco da ragazzi e metterà a dura prova (fisica come mentale) i due protagonisti.
Comparto artistico imponente

Gli obiettivi artistici come estetici di Alone in the Dark sono di ottima fattura. Il team di sviluppo, non troppo grande, non manca di esperienza nel disegnare e rendere avvincente tutta la grande sfida estetica e artistica di un titolo quale Alone in the Dark, che fa del contesto storico un perno fondamentale della diretta immersione nel gioco.
Siamo negli anni ’30 dunque usi, costumi, ambienti, mezzi e relativo mood viene riproposto fedelmente su schermo, in particolare si elogia una cura precisa nelle cutscene che vengono spesso accompagnate sempre da fumo di sigaretta, wiskey e un mood jazz che rende tanto accogliente quanto bizzarra tutta la nostra avventura. Alla razionalizzazione degli eventi da parte di una sana mente logica, ci si lascia spesso coccolare da alcune situazioni dove sia Carnby che la Hartwood sembrano subire le vicende, quasi anestetizzati e incapaci di realizzare.
Questo è un piccolo feticcio che accresce il comparto narrativo, che regala ai due protagonisti delle parentesi intime ben scritte e integrate con il resto della storia. Insomma, sul fronte artistico, narrativo ed espressivo del gioco, Alone in the Dark supera ampiamente la sfida, considerato che questo gioco è fuori dai target di produzioni Tripla A e con risorse non proprio eccelse, ma il colpo d’occhio come narrativo è davvero notevole. Purtroppo però, i problemi più gravi sono altri.
Tecnicamente fallimentare

Alone in the Dark sul fronte tecnico è un problema continuo. Possiamo riassumere le varie problematiche che affligge il titolo come una bellissima tela dipinta di tutto punto, a cui solo dopo hanno cominciato a sviluppare le meccaniche di gioco, accorgendosi durante la produzione, che molte cose non funzionavano.
In ordine sparso: il gioco è infarcito di bug in modo impressionante. Delle scarse 8 ore che servono per finire una run, probabilmente perderete poco più di un’ora soltanto per rimediare ai tanti bug che vi impediranno di proseguire con l’avventura. Parliamo di bug estremamente gravi, alcuni di questi che vi bloccheranno la progressione del gioco, portandovi a dover riavviare il software più volte.
Le cose più gravi si osservano sul fronte del combattimento. Le fasi di gunplay sono poco soddisfacenti, con gli stessi nemici che non reagiscono sempre ai colpi ricevuti, per non parlare di problemi sul fronte delle hitbox degli stessi o del reticolo di mira della nostra arma. Per quanto possiamo essere precisi e chirurgici, per via dei due fattori citati prima, lo scontro con i nemici diventerà presto un tedio, privo di alcun piacere.
A questo si aggiunge una terribile modalità di combattimento corpo a corpo estremamente lenta, imprecisa e generalmente inutile, giacché il calcolo dei danni è estremamente variabile da creatura a creature, con la stessa arma che tende a rompersi senza una vera logica di durezza o resistenza.
Una mappa per la villa

Si sorvola sulla possibilità di attivare una modalità stealth inutile (i nemici ci vedranno/sentiranno sempre) o anche una bizzarra meccaniche che ci permette di lanciare oggetti per distrarre nemici o gettare benzina su di essi (realizzata come una grossa macchia nera che appare, senza alcuna animazione) per atterrare su uno dei problemi di progressione che renderà tutta l’esperienza un vero inferno: il backtracking.
Si spezza una lancia a favore dei tanti enigmi presenti, tutti ben congegnati, che richiedono più di qualche minuto per essere risolti e solo se ci si applica seriamente (tranne uno, che è stato adattato male in italiano e bisogna risolverlo dal testo in inglese), ma il secondo del grande problema di Alone in the Dark è il backtracking: inutile, pesante, predatorio ed estremamente disonesto.
Seguendo delle ultime produzioni di Resident Evil, tramite la mappa possiamo osservare se e quando in una stanza che abbiamo visitato, è stato raccolto e fatto tutto. Questa si colora di una tonalità che nella legenda associamo ad una stanza pulita, che possiamo toglierla dalla nostra testa nella situazione di ricerca di oggetti, giacché lì non c’è nulla.
In Alone in the Dark invece la mappa non registra quasi mai i progressi, con gli stessi oggetti chiave che, di capitolo in capitolo, in modo apparentemente casuale, compaiono in stanze precedentemente pulite, ma la mappa questo aggiornamento non lo riporterà, costringendoci a girare senza sosta per tutti i piani della villa per capire dove potrà essere quell’unico oggetto, appena generato, che ci serve per proseguire nel gioco.
Fatto e considerato – come scritto in apertura – che una run vi impiegherà circa 8 ore di gioco, considerate quanto tempo perso solo a girare continuamente per la villa e trovare quel dato oggetto. In tal senso l’approccio predatorio si attribuisce ad un titolo sicuramente non da gettare via giacché come detto prima, tutto quel che riguarda la cura estetica e narrativa è sicuramente di primissima qualità, ma a mancare è proprio il supporto tecnico. Insomma, un bug con il gioco attorno.
La recensione in breve
L'ennesimo rilancio di Alone in the Dark non colpisce nel segno come ci saremmo aspettati. Ad un bellissimo impianto estetico e narrativo, si avvicendano gravissimi problemi tecnici che rovinano totalmente l'esperienza di gioco. Generalmente il lavoro è incoraggiante e si può solo che migliorare da queste basi, ma i diversi problemi potrebbero scoraggiare l'utenza.
-
Voto GamesEvolution
